Chapter 3

Capitolo 3: La sposa fa una lista

Sabato, 8:30. Hotel Bella Vista.

Giulia Rossi si era scritta la giornata sul dorso della mano sinistra, a penna blu, perché i fogli si perdono e le mani no.

Capelli 10. Fiori 12. Foto 15. Chiesa 16. Non piangere prima delle 16.

Alle otto e mezza bussò alla stanza 14 per portare la cravatta a Matteo, e nessuno rispose.

Bussò ancora e disse il suo nome attraverso la porta, non forte, come si chiama qualcuno che dorme. Poi scese alla reception, dove il portiere di giorno cercava di svegliare quello di notte, e si fece dare la chiave di riserva.

La stanza era in ordine, perché Matteo era una persona ordinata. L’abito stava appeso all’anta dell’armadio, nella custodia; le scarpe buone, sotto, una accanto all’altra. In mezzo al letto c’era il telefono, a faccia in su, con undici messaggi di sua madre sullo schermo.

Matteo no.

Sul cuscino c’era un tovagliolo di carta della cena della sera prima, col nome dell’albergo stampato in un angolo, e sotto, nella calligrafia minuta di Matteo:

Giulia, c’è una cosa che io

Nient’altro: la penna si era fermata lì.

Giulia lo lesse quattro volte. Lo girò, ma il retro era bianco; lo alzò controluce, come se il resto della frase potesse nascondersi nella carta. Alla fine lo piegò in due, se lo infilò nella tasca della vestaglia e scrisse sulla mano, sotto Non piangere prima delle 16:

Trovare M.

La cucina era sotto la hall, e faceva un gran chiasso.

«Niente vino» disse il cuoco, un omone di nome Bruno, col tono dei medici che danno una brutta notizia fissando un punto appena dietro l’orecchio. «Neanche una bottiglia. Né per il pranzo né per il ricevimento. Niente.»

«L’albergo ha una cantina.»

«L’albergo ha una cantina con quattromila bottiglie, e la porta è chiusa a chiave, e la chiave è sparita.» Indicò un gancio sul muro vicino alle scale. Era vuoto. «Sta lì. Da trent’anni sta lì. Stamattina, niente.»

«E chi ne ha un’altra?»

«Il proprietario. Che è in Sardegna.» Bruno allargò le braccia. «Suo nonno lo sa già.»

«E come fa a saperlo?»

Dal piano di sopra, attraverso il soffitto, arrivò un rumore da piccola guerra che scoppia.

«Ecco come» disse Bruno.

La hall dell’Hotel Bella Vista aveva il pavimento di marmo, un tappeto rosso, otto poltroncine di velluto e un lampadario che il proprietario citava tre volte sul sito. Alle nove meno dieci ospitava anche ventitré membri della famiglia Rossi e dieci della famiglia Esposito, che parlavano tutti insieme.

Gli Esposito erano saliti da Napoli il venerdì col Frecciarossa, portandosi i vestiti buoni, le voci più forti e tre vassoi di sfogliatelle incartate, «per sicurezza». Nessuno aveva chiesto per sicurezza di cosa. I vassoi stavano sul banco della reception e i parenti delle due famiglie ci pescavano mentre litigavano, il che era già una specie di pace.

In mezzo alla hall, Nonno Gino fronteggiava la madre di Matteo.

Assunta Esposito aveva cinquantotto anni, era piccola e vestita di verde scuro, e teneva la borsetta davanti a sé con tutte e due le mani, come uno scudo.

«Chiedo solo» disse «se ci può essere un piatto. Uno. Senza carne.»

«Signora» disse Gino, con squisita educazione. «Questo è un matrimonio a Bologna.»

«Lo so dove siamo.»

«Il menù non è un menù: è una legge. Tortellini in brodo, poi tagliatelle al ragù, poi l’arrosto, poi il formaggio. Lo serviva mia madre, e prima di lei sua madre.»

«E una persona che non mangia la carne?»

«C’è il pane.»

«È per mia sorella» disse Assunta. «Ha lo stomaco delicato.»

Alle sue spalle, la sorella, che stava mangiando la terza sfogliatella, alzò gli occhi stupita; poi annuì piano e si mise una mano sulla pancia.

Giulia scese gli ultimi tre gradini senza che nessuno se ne accorgesse, perché proprio in quel momento Assunta alzò il mento e disse l’altra cosa.

«Comunque» disse «anche a Napoli il ragù ce l’abbiamo.»

La hall non si zittì: si fece più zitta, che in quella hall era già un rumore.

«Sì» disse Gino. «Ne ho sentito parlare.»

«Noi lo cuciniamo tutta la domenica, dalla mattina. Pezzi grossi di carne, manzo, maiale, le braciole coi pinoli. Pezzi interi, che si vede cosa sono. Sei ore, sette ore, finché il pomodoro non diventa scuro.» Assunta si strinse nelle spalle. «Quello che fate voi qua, con la carne tritata fina e il latte, è buonissimo, per carità. A Napoli lo chiamiamo sugo.»

Al polso di Gino la macchinetta grigia cominciò a suonare.

«Sugo» disse Gino.

«Un sugo buonissimo.»

«Signora, la ricetta del nostro ragù è depositata, con tanto di firme, alla Camera di Commercio di questa città…»

«E la nostra è depositata nel cuore delle nostre nonne.»

«Nonno» disse Giulia.

Si voltarono tutti.

Era in vestaglia, coi capelli nelle mollette e la lista scritta sulla mano, e secondo i cugini, che lo dissero poi, era tale e quale sua nonna nelle vecchie foto del ’66.

«Matteo non è in camera» disse.

La borsetta di Assunta si abbassò di un centimetro.

«Sarà andato a fare due passi» disse. «Lo fa, cammina. Sarà da qualche parte a fare il bravo ragazzo.»

«Il telefono è sul letto.»

«E allora cammina senza telefono. Fa bene alla salute.»

«Non c’è vino» proseguì Giulia «perché la chiave della cantina è sparita, e Bruno dice che il proprietario è in Sardegna. I capelli sono alle dieci. Sono le nove meno sette.» Si guardò la mano. «Ho bisogno che per trenta minuti smettiate tutti di parlare di ragù.»

Trentatré persone la fissarono come se avesse chiesto loro di smettere di respirare.

«Venti minuti» disse Giulia.

Fu Gino ad andare a controllare il regalo, e Giulia lo seguì, un po’ perché qualcuno doveva farlo e un po’ perché sapeva per esperienza che quando suo nonno controllava una cosa, poi quella cosa si rompeva.

Il portiere di notte, il dottor Lenzi, adesso era sveglio, pallido e pieno di scuse. Aprì il retro. Dentro c’erano undici ombrelli, una scarpina da bambino e una scatola bianca di seta con un fiocco, la fessura sul coperchio e le lettere d’argento GIULIA & MATTEO.

Sullo scaffale c’era un vuoto grande come un panettone.

Gino lo fissò a lungo.

«Era qui» disse il dottor Lenzi. «Oggetto millecentotredici, l’ho registrato io a mezzanotte, c’è la nota nel libro. Io…» Aprì il libro verde e lo richiuse. «Mi sono addormentato al banco. Mi dispiace moltissimo.»

«L’hanno preso» disse Gino.

Giulia sollevò la scatola di seta: era leggera. La scosse e dentro sentì frusciare carta, tanta carta. Le buste della cena. Guardò la fessura, il fiocco, le lettere d’argento: nessuno l’aveva toccata.

«Nonno» disse. «Qualcuno è entrato qui dentro, aveva i soldi delle buste lì sulla scrivania e invece si è preso una cosa strana da uno scaffale.»

«Il mio regalo.»

«Non sappiamo se era un regalo.»

«Era un regalo. Un regalo bellissimo. Ed era caldo.»

«Statisticamente» disse Giulia «è strano.»

Ma Gino non ascoltava. Aveva tirato fuori il telefono dalla giacca e lo teneva col braccio teso, perché gli occhiali erano rimasti di sopra, e schiacciava un numero alla volta con un dito solo, forte, come se il telefono gli avesse fatto un torto personale.

«Chi chiami?»

«I carabinieri.»

«Nonno, il matrimonio è alle quattro.»

Lui alzò una mano: avevano risposto.

«Buongiorno. Sono Gino Rossi, chiamo dall’Hotel Bella Vista, in via dell’Indipendenza. Devo denunciare un reato.» Ascoltò. «Due reati. Mi hanno rubato il regalo e il fidanzato di mia nipote.» Ascoltò ancora, e si fece scuro in faccia. «In quest’ordine.»

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