Chapter 6

Capitolo 6: L’adattatore

Sabato, 9:52. I portici di via dell’Indipendenza.

L’uomo che si faceva chiamare Sandro Moser seguì il completo giallo per trecento metri, poi lo perse dentro un edificio che non era un edificio.

Era questo il problema di Bologna. Prima di partire aveva letto dei portici: che erano sessantadue chilometri, che da ottocento anni riparavano dalla pioggia studiosi e mercanti, che un’agenzia delle Nazioni Unite li aveva messi sotto tutela. Li aveva ammirati in fotografia. Fino a quella mattina, però, non aveva capito che erano una trappola.

Un portico era una strada col soffitto. E il soffitto era di mattoni, i muri erano di mattoni, i pilastri, uno ogni quattro metri, erano di mattoni; e il mattone vecchio, il mattone rosso di questa città, accecava il suo localizzatore.

Lo guardò. Era un oggetto nero e piatto, grande come una carta da gioco. Su qualsiasi altro pianeta in cui avesse lavorato gli avrebbe mostrato il Nucleo come un piccolo punto luminoso, con la distanza, la direzione e un suono leggero di campanella. Qui, sotto le arcate di via dell’Indipendenza, mostrava una neve grigia che si muoveva piano, come sui televisori di una volta.

Il completo giallo aveva svoltato a sinistra, o forse a destra, sotto un arco che dava in un portico laterale; quel portico era sbucato in un altro, e l’altro si era aperto su una piazzetta con una chiesa, e poi altre arcate, e altre arcate ancora.

Sandro camminava svelto senza correre, perché chi corre si fa notare. Sinistra, destra, sinistra. Passò davanti a una farmacia, a una banca, a un negozio che vendeva solo cappelli e a uno che vendeva solo bottoni.

Sbucò in una piazzetta con una chiesa.

Era la stessa piazzetta, era la stessa chiesa. Davanti c’era una comitiva di venti turisti col cappellino arancione tutto uguale che mangiavano il gelato alle dieci del mattino, e una guida che li contava col dito.

«Diciotto, diciannove, venti» disse la guida, poi guardò Sandro. «Ventuno?»

«No» disse Sandro. «La ringrazio.»

«Sicuro? Adesso andiamo alle torri.»

«Ne sono certo.»

Si voltò e rientrò sotto le arcate. Stavolta scelse un’altra svolta, migliore, calcolata. Camminò per quattro minuti e sbucò in una piazzetta con una chiesa.

«Diciotto, diciannove, venti» disse la guida. «Oh. Di nuovo lei.»

Sandro guardò il localizzatore. La neve c’era ancora. Sotto, un numerino che fino a quel momento aveva trascurato aveva cambiato colore: adesso era rosso, e diceva 11%.

Da dove veniva Sandro non c’erano portici, né mattoni, né pioggia. E non c’era nemmeno il cibo, almeno non nel senso che gli dava questa città: c’era una pasta grigia che usciva da un muro, conteneva tutto ciò di cui un corpo ha bisogno, non sapeva di niente e si mangiava in piedi in una quarantina di secondi. L’aveva mangiata tutti i giorni della sua vita.

Poi, undici anni prima, durante un lavoro lungo e noiosissimo su un pianeta tranquillo, aveva intercettato una vecchia trasmissione partita da qui. Un programma di cucina. Una donna col grembiule azzurro, in una cucinetta di Bologna, mostrava alla telecamera come si tira la sfoglia con un mattarello lungo quanto il suo braccio, finché diventa così sottile che ci si legge il giornale attraverso.

L’aveva guardata quattrocento volte.

Aveva imparato le parole: tagliatelle, tortellini, ragù, mortadella. Aveva imparato che il ragù era scritto in una specie di legge, che i tortellini avevano una confraternita tutta loro, che la tagliatella doveva essere larga quanto una certa frazione dell’altezza di una certa torre. Aveva imparato che la gente di questa città mangiava con calma, a tavola, tutti insieme, per due o tre ore, senza smettere un attimo di parlare. Questa parte non l’aveva capita, e aveva desiderato moltissimo capirla.

Quando era saltato fuori il lavoro, il recupero di un Nucleo finito su questo mondo e, fra tutti i posti della galassia, proprio a Bologna, l’aveva accettato a metà del prezzo abituale.

Il localizzatore diceva 10%.

Gli serviva corrente. Nello zaino aveva la batteria esterna, ma era scarica: l’aveva prosciugata nel temporale, per trovare la città al buio. Adesso gli serviva un muro.

Trovò un bar all’angolo di una via laterale, con un bancone di zinco, tre tavolini e un vecchio che asciugava una tazzina con lo strofinaccio. Sul muro vicino alla porta, sotto un calendario del 1998, c’era una presa.

Era una presa minuscola, con due forellini tondi e ravvicinati in una plastica color crema diventata gialla con gli anni. Sandro tirò fuori il caricatore, che aveva una grossa spina tonda con due perni spessi e due linguette di metallo ai lati, fatta per le prese moderne del Nord Europa, da cui i suoi documenti sostenevano che provenisse, o quasi.

Non entrava. Non ci andava neanche vicino.

«Mi scusi» disse Sandro. «Avrebbe un adattatore?»

Il vecchio continuò ad asciugare la tazzina.

«Per questa presa» insisté Sandro. «Per la mia spina. Un piccolo adattatore di plastica. Glielo pago.»

«Ce l’ho.»

«La ringrazio. Potrei…»

«È per i clienti.»

«Sarò un cliente.» Sandro guardò il bancone vuoto. «Vorrei un caffè.»

«Un caffè non è un cliente. Un caffè è uno che sta in piedi nel mio bar.» Il vecchio posò la tazzina e lo strofinaccio e indicò una lavagnetta sul muro alle sue spalle. C’era scritto col gesso: PRANZO. Primo, secondo, contorno, dolce. 15 euro. «Il cliente pranza.»

«Sono le dieci.»

«Il pranzo è a mezzogiorno e mezzo. Lei ordina adesso, paga adesso, si siede, io le do l’adattatore e a mezzogiorno e mezzo le do il pranzo.»

Sandro guardò la lavagnetta. Sotto, più in piccolo, qualcuno aveva scritto i piatti del giorno: Tagliatelle al ragù. Polpette al sugo. Piselli. Torta di riso.

Quelle tagliatelle le aveva viste quattrocento volte, col grembiule azzurro, su un pianeta tranquillo.

Guardò il localizzatore: 9%.

«Pranzerò» disse.

Pagò quindici euro. Il vecchio aprì un cassetto, ne tirò fuori un adattatore di plastica bianca, piccolo e unto, lo sollevò fra due dita come se fossero le chiavi della città e glielo mise in mano.

Entrava. Il localizzatore emise un suonino riconoscente.

Sandro si sedette al tavolino più vicino alla presa, con le ginocchia che toccavano il ripiano, perché il tavolino era fatto per gente più bassa. A quello accanto sedeva una vecchia signora in cardigan nero, con un caffè e una fetta di torta gialla nel piattino, che lo osservò per un po’.

«Lei è molto alto» disse.

«Sì.»

«Ed è molto magro.»

«Sì.»

La signora tagliò la torta a metà col bordo della forchetta e gli allungò il piattino da un tavolino all’altro.

«Torta di riso» disse. «La ricetta è mia, lui me la ruba.» Indicò con un cenno il vecchio al bancone. «Mangi.»

Sandro guardò la torta, dorata e compatta, che sapeva di limone, di mandorla e di qualcosa di scuro e dolce ai bordi. Ne aveva letto.

Il localizzatore segnava 14%, e la neve grigia sullo schermo si stava diradando: in mezzo affiorava un puntino luminoso, a nord-ovest, accanto a una sottile linea azzurra.

«Non posso» disse Sandro. «La ringrazio. Mi dispiace moltissimo, ma non posso.»

«E perché no?»

«Sto lavorando.»

La vecchia signora fece una faccia che lui si sarebbe ricordato a lungo.

Il punto luminoso si fermò. Il localizzatore lesse la distanza, la via, l’edificio: Via Piella. Accanto al punto, la linea azzurra era acqua, un canale che scorreva scoperto fra le case, sotto una finestra aperta sul cielo.

Staccò il localizzatore e se lo mise in tasca. Lasciò l’adattatore sul tavolino, dove doveva stare, e sopra ci mise una banconota da cinquanta.

«Il suo pranzo» disse il vecchio. «Mezzogiorno e mezzo.»

«Lo so» disse Sandro, e fu la cosa più triste che avesse detto da anni; poi uscì sotto le arcate.

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