Capitolo 9: Il Voltone
Sabato, 12:30. Piazza Maggiore.
Per la prima volta in tutta la giornata, il maresciallo Moretti aveva in mano un caffè caldo e nessuno che gli parlasse.
Aveva lasciato Vanni all’albergo a raccogliere le dichiarazioni di trentatré parenti, cosa che a Vanni avrebbe preso il resto della vita, e la Zucchi in comando a verbalizzare un reclamo contro l’auto dei carabinieri, cosa che avrebbe preso il resto della sua. Poi, con calma, aveva fatto il giro lungo sotto i portici fino all’unico posto di Bologna dove fosse sempre riuscito a pensare.
Il Voltone del Podestà non era né una stanza né una strada, ma un grande incrocio di pietra sotto il palazzo antico, all’angolo di piazza Maggiore, dove due passaggi si incontravano sotto un’alta volta. Lì faceva sempre fresco, anche a giugno. Ai quattro angoli, dove gli archi scendevano a terra, c’era un grosso pilastro di pietra, e tutte le guide del mondo dicevano la stessa cosa su quei pilastri.
Se ci si metteva di fronte a un angolo e si sussurrava, chi stava di fronte all’angolo opposto, a quindici metri e con tutto il chiasso del passaggio in mezzo, sentiva ogni parola come se gliela dicessero all’orecchio.
Moretti lo sapeva da sempre. L’aveva provato con sua moglie al secondo appuntamento, nel 1990: lui aveva sussurrato Mi sa che ti sposo, lei gli aveva sussurrato di rimando Intanto non mi hai ancora pagato la pizza, e lui aveva capito all’istante che l’avrebbe sposata davvero.
Si mise di fronte all’angolo di nord-est, che era all’ombra, e bevve il caffè.
Era un buon caffè. Una promessa mantenuta.
Dietro di lui, nel passaggio, i turisti andavano e venivano. Un bambino correva da un angolo all’altro gridando contro la pietra e poi scappava a sentire l’eco. Da qualche parte suonava una chitarra. Moretti chiuse gli occhi.
«Leo» disse una voce dentro la pietra, proprio davanti alla sua faccia. «Sei tutto gocciolante.»
Moretti aprì gli occhi.
«Sono stato in un canale» disse una seconda voce, vicina, stanca e bagnata. «Gocceresti anche tu.»
Le voci uscivano dall’angolo del muro chiare come da una radio, ed erano due sussurri. Moretti non si voltò: in trentaquattro anni aveva imparato che quando il mondo decide di dirti qualcosa bisogna stare fermi e lasciarlo parlare.
«L’hai seminato?»
«Non mi ha seguito. Ha guardato l’acqua e poi si è guardato i sandali.»
«I sandali?»
«Non voleva bagnarli.»
«Sia lodata la vanità. E lei? Sta bene? È lì dentro?»
«È nello zaino. Sta bene. È calda. Ha ronzato per tutto il tragitto. Quando sono uscito dall’acqua, vicino al vecchio mulino, un cane mi è venuto dietro per due strade.»
«Abbassa la voce.»
«La sto abbassando. È per questo che siamo qui. È per questo che parliamo in un muro, come due scemi.»
Moretti finì il caffè senza sentirne il sapore. Canale. Zaino. Calda. Ronzava. Ripensò a un lampadario che saliva adagio, a un completo giallo senape che usciva dalla porta, a una voce che diceva la situazione si è evoluta.
«D’accordo» disse la prima voce, che adesso sapeva appartenere al completo. «Ascolta. La situazione si è…»
«Non dirlo.»
«…modificata. Allora, facciamo così. Dell’università ci occupiamo lunedì. Le buste le lasciamo perdere. Lasciamo perdere tutto. Teniamo l’oggetto al sicuro, lunedì lo vendiamo ai fisici per una fortuna, e stasera, Leo, da Massimo non ci andiamo proprio.»
«Non lo paghiamo?»
«Non lo paghiamo e non lo vediamo. Prendiamo l’ultimo treno per Rimini e stiamo da tua zia. Quando Massimo si accorge che non ci siamo più, noi siamo due ricchi sdraiati in spiaggia.»
«Marco.» Una lunga pausa bagnata. «Massimo è il padrino di Giulia Rossi.»
«Lo so.»
«L’oggetto veniva dal matrimonio dei Rossi. Abbiamo rubato il regalo di nozze della sua figlioccia, e adesso vuoi venderlo e non pagarlo.»
«Detta così suona male.»
«E come dovrei dirla?»
«Semioticamente.»
Moretti posò la tazzina vuota, con grande delicatezza, sulla sporgenza di pietra ai piedi del pilastro.
Adesso sapeva chi erano. Marco Bellandi, l’affare della mortadella in Norvegia, tre anni prima: il fascicolo era passato dalla sua scrivania. Finta mortadella artigianale, un importatore norvegese, una lettera furiosa da Oslo e un macellaio del Quadrilatero che, con estrema cortesia, si era rifiutato di sporgere denuncia perché le cose, diceva, preferiva sistemarle di persona.
Massimo Grandi. Mezzanotte. Il regalo dei Rossi. Rimini.
Moretti guardò la pietra e per un attimo ci vide la cosa che aspettava da trentaquattro anni. Non l’arresto: la storia. Una tavola apparecchiata, e sua moglie di fronte che gli chiedeva, come faceva tutte le sere dal 1991, Cos’è successo oggi al lavoro?, e lui che per una volta non rispondeva scartoffie.
Si chinò in avanti finché le labbra quasi non toccarono la pietra fredda dell’angolo, e sussurrò.
«Fermi dove siete. Carabinieri.»
Nel muro calò un silenzio assoluto.
Poi, quindici metri alle sue spalle, qualcuno lanciò un urlo.
Moretti si girò in tempo per vederli scappare. Davanti il completo senape, che schizzò fuori dal Voltone nella luce piena di piazza Maggiore; dietro l’altro, bagnato fino al petto, con uno zaino verde da bici stretto fra le braccia come uno che porta in salvo una torta da un incendio.
E dietro di loro, mentre correvano, le cose cominciarono a sollevarsi.
Un piccione si staccò dal selciato a zampe all’aria, sbattendo le ali confuso. Tre sedie davanti a un bar si alzarono dolcemente e si capovolsero una dopo l’altra, al passaggio dello zaino. Volò via il cappello di un turista. Il palloncino di un bambino, che stava già salendo per conto suo, salì più in fretta. Sembrava la scia di una barca.
«Alt!» gridò Moretti, e si mise a correre per la prima volta più o meno dal 2011.
Non era mai stato un gran corridore. Ma la piazza era grande e piena di gente, e quei due zigzagavano fra la folla, così che per un momento, a metà strada, vicino alla scalinata della grande chiesa incompiuta, pensò che forse li avrebbe presi davvero.
Poi da via Clavature sbucò una Vespa, veloce come un coltello lanciato.
Era azzurrina e vecchissima, e la guidava un ragazzo sui diciassette anni, col casco calcato sulla nuca e un grosso box termico per le consegne legato dietro. Non guardava dove andava: guardava il telefono agganciato al manubrio, con la mappa aperta.
Moretti vide il ragazzo. Il ragazzo vide Moretti. La Vespa non vide nessuno.
Un attimo dopo Moretti era lungo disteso sulle pietre tiepide di piazza Maggiore, a guardare il cielo.
Il cielo era azzurrissimo. Un piccione lo attraversò a pancia all’aria. Da qualche parte, lontano, un uomo in giallo stava ancora urlando.
«Scusi! Scusi, scusi, scusi!» La faccia del ragazzo comparve sopra di lui. «Si è fatto male? Signore? È vivo?»
«Sì» disse Moretti.
«Meno male. Sono in ritardo, sono in un ritardo pazzesco. Scusi!» E la faccia sparì, e il motore si allontanò ronzando attraverso la piazza.
Sul petto di Moretti c’era qualcosa di caldo, avvolto nella carta bianca, che profumava da morire.
Lo prese in mano. Era un panino: una rosetta morbida, ancora calda di forno, aperta e imbottita di mortadella tagliata sottile e ripiegata più volte su sé stessa, rosa e lucida, coi quadratini bianchi di grasso come stelle.
Moretti se lo mangiò lì, sdraiato sulle pietre di piazza Maggiore.
Era la cosa più buona che avesse mangiato in un anno, forse in cinque. Lo mangiò tutto, piano, guardando il cielo, mentre i turisti gli giravano intorno e una signora gli chiedeva se doveva chiamare qualcuno e lui le faceva cenno di no.
Quando ebbe finito, si pulì le dita con cura nella carta, la piegò in un quadratino, se la mise in tasca e tirò fuori la radio.
«Vanni.»
«Maresciallo!» La voce del ragazzo crepitava di entusiasmo. «Ho indagato, ho fatto un passo avanti decisivo. Sono anarchici, ma non anarchici qualunque. Maresciallo, credo che abbiamo a che fare con anarchici gastronomici.»
Moretti guardò il cielo.
«Vanni» disse. «Sentimi bene. Questo caso è mio.»