Chapter 1

Episodio 1 — Il megafono alato

Il pullman arrivò allo zoo comunale di Greenwood alle nove, e Della fu la prima a scendere, perché chi guida la visita scende per prima.

Se l’era cercata. Tre giorni prima, nell’aula di biologia, la professoressa Vance aveva sollevato la cartellina con i moduli per le lettere di raccomandazione e aveva detto che qualcuno avrebbe dovuto guidare la gita della dodicesima, qualcuno che capisse che uno zoo non è una scampagnata ma una lezione. Nell’aula era sceso un gran silenzio, perché tutti sentivano la stessa voglia. Della aveva alzato la mano. Siddharth aveva alzato la sua un secondo dopo, e in quell’aula un secondo dopo voleva dire mai. Della aveva detto che sarebbe stato un onore guidare la classe attraverso il mondo naturale, perché il mondo naturale, se lo si avvicina con una presenza calma e autorevole, tende a venirti incontro a metà strada.

La professoressa Vance l’aveva guardata a lungo. Poi aveva sorriso e si era annotata qualcosa.

La professoressa Vance scriveva una sola lettera di raccomandazione per l’università all’anno, e la scriveva per lo studente che amava il mondo vivente. Lo sapevano tutti. Come tutti sapevano dei barbagianni. Aveva un barbagianni sulla tazza del caffè, un barbagianni sul cordino del badge e, sopra la lavagna, un barbagianni incorniciato a cui diceva buongiorno. A settembre Della aveva consegnato una ricerca di due pagine sul barbagianni, con un disegno in copertina. La professoressa aveva appeso il disegno accanto alla cornice, ed era ancora lì. Della non aveva mai visto un barbagianni vero, e sperava di continuare così.

«Venerdì portate il tesserino d’ammissione agli esami» aveva detto la professoressa Vance al suono della campanella. «Sul modulo serve il numero di matricola scritto esattamente come lo stampa la commissione. Lo compilerò allo zoo.»

E così ora Della stava al cancello di Greenwood, in un’uniforme che sua madre aveva stirato fino a farla brillare, con in mano una mappa sbiadita dal sole su cui ogni freccia indicava un muro, mentre trentuno compagni aspettavano alle sue spalle di essere guidati. Il tesserino era piegato nel taschino, sopra il cuore, dove niente poteva raggiungerlo. Le scarpe erano bianche. Il sentiero no.

«Da questa parte» disse Della con autorevolezza, e si avviò verso gli uccelli acquatici, perché sulla mappa erano la prima tappa e anche, ragionò, la più tranquilla. Uccelli che vivono sull’acqua avranno per forza un carattere pacato. L’aveva letto da qualche parte, oppure l’aveva deciso in quel momento. Non aveva importanza. Lei diceva le cose e le cose diventavano vere, e da mesi funzionava.

Siddharth le camminava accanto, il telefono in mano, tenuto basso, lo schermo spento. Teneva un elenco degli uccelli avvistati da quando aveva nove anni e sapeva riconoscere ogni uccello della mappa di Greenwood senza leggere i cartellini. Per tre mesi aveva guardato Della dire sugli animali cose che non erano vere e prendersi in cambio il sorriso della professoressa, e dal pullman in poi non aveva aperto bocca. Aspettava. Della sapeva che cosa aspettava, e saperlo le raddrizzava la schiena e le rallentava le frasi.

«Il segreto, con gli uccelli» disse alla classe, al telefono, alla mattina, «non è avvicinarli. È permettere a loro di avvicinarsi a voi. La paura è un rumore. Fate silenzio, e loro sentiranno il silenzio.»

«E questo dove l’hai letto?» disse Siddharth.

«Non l’ho letto» disse Della. «L’ho osservato.»

Il recinto degli uccelli acquatici era uno stagno basso dietro uno steccato alto fino al ginocchio, con una striscia di riva fangosa tra lo steccato e l’acqua. Sulla riva c’era un cigno. Era grosso e bianchissimo, più bianco della sua uniforme, e guardava la classe come un padrone di casa guarda chi si è fermato sul suo zerbino.

La professoressa Vance si affiancò a Della, e sul viso aveva quella cosa per cui Della viveva: il quasi crederci, la speranza in cerca di un motivo. «Coraggio» disse piano. «Fagli vedere.»

Della scavalcò lo steccato e mise piede sulla riva.

Non aveva programmato di scavalcarlo. Ma la professoressa aveva detto fagli vedere, e un’amante della natura, una ragazza che la professoressa Vance avrebbe definito davvero a casa nel mondo naturale, lo steccato l’avrebbe scavalcato. E tutta la classe guardava, e il telefono si era alzato di qualche centimetro. Così scavalcò.

La riva era più molle di quanto sembrasse. La scarpa bianca affondò fino ai lacci.

«Al cigno ci si avvicina» spiegò Della alla classe, da sopra la spalla, con la voce bassa e uniforme, «come a qualunque creatura selvatica. Con lentezza. Con rispetto. Senza paura.»

Il cigno si mise a camminare verso di lei.

Non aveva fretta. Attraversava la riva proprio come lei aveva detto che le creature selvatiche vengono da te quando fai silenzio, solo che da questa Della non voleva essere raggiunta. E non c’era via di fuga: dietro di lei c’erano lo steccato, la classe, la professoressa e il telefono, e davanti un grosso uccello bianco che accorciava le distanze con l’odio piatto e paziente di chi difende un territorio che non ha mai accettato di dividere.

Della rimase immobile.

Rimase immobile perché riscavalcare lo steccato adesso, di corsa, con le braccia in aria, significava essere una ragazza che scappa da un uccello, e una ragazza che scappa da un uccello la lettera non la ottiene. E la professoressa Vance era proprio lì, con quel quasi crederci ancora sul viso, e tutto ciò che Della aveva costruito in tre mesi si sarebbe staccato in un secondo davanti a tutti. Così fece l’unica cosa che il costume le permetteva: restò ferma, abbassò ancora la voce e parlò al cigno da pari a pari.

«Ecco qua» disse. «Ecco. Stiamo semplicemente condividendo il sentiero.»

Il cigno la raggiunse. Alzò gli occhi su di lei e lei li abbassò su di lui, calma, autorevole, una presenza senza rumore. Il cigno la considerò per un istante, poi le prese con il becco l’orlo della manica e cominciò, con metodo, a risalirle il braccio.

«Vedete» disse Della senza muoversi, «è curioso. La curiosità è una forma di fiducia.»

Il cigno arrivò al polsino e passò all’avambraccio.

«Mi sta leggendo» disse Della.

Dietro lo steccato, il telefono si era alzato del tutto. Siddharth non sorrideva. Filmava, con mano ferma. Aveva aspettato a lungo questo momento.

Il cigno arrivò al colletto.

Ci fu un piccolo rumore, uno strattone umido e scuro alla gola: una punta piegata là dove un minuto prima il colletto stava dritto e inamidato, e una riga d’acqua di stagno che si stampava sulla spalla di un’uniforme stirata a lucido alle sei di quella mattina. Della sentì il freddo passare attraverso il cotone. Non abbassò lo sguardo. Lo tenne fisso a mezz’aria, oltre lo stagno, oltre la classe, là dove una persona in pace con il mondo vivente avrebbe posato gli occhi.

«Ed è così» disse Della, con la voce calma e profonda che aveva impiegato tre mesi a costruirsi, mentre un cigno comunale finiva con il colletto e passava, pensieroso, al nastro dei capelli, «che un uccello dice ciao.»

Da qualche parte dietro lo steccato, Farhan disse: «È incredibile». E lo pensava davvero.

La professoressa Vance si era portata una mano alla bocca. Era, notò Della con un’occhiata rapidissima, commossa. Commossa sul serio. Il quasi crederci si era rovesciato in fede.

Il cigno lasciò il nastro, perse interesse e tornò verso l’acqua.

Della riscavalcò lo steccato. Una scarpa, uscendo dalla riva, fece un rumore che lei decise di ignorare. Si sistemò il colletto bagnato con due dita, come se sistemarlo fosse una scelta e non una riparazione, e si voltò verso la classe: trentuno facce e un telefono, tutti a guardarla, alcuni a bocca aperta e uno con la certezza negli occhi.

«Adesso» disse, «i mammiferi.»

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