Chapter 3

Episodio 3 — Trattativa con ostaggio

A mezzogiorno la classe si fermò a pranzare vicino al recinto delle scimmie, e Siddharth scelse quel momento per smettere di aspettare.

Non aveva mangiato niente. Aveva passato la mattina a filmare, e la mattina non era andata come gli serviva: ogni volta che Della avrebbe dovuto essere smascherata, le avevano creduto. E un ragazzo che ha ragione e sta perdendo è un tipo di pericolo tutto suo. Si alzò davanti alla classe con il telefono in mano e disse, abbastanza forte perché la professoressa Vance sentisse: «Della. Continui a dire che capisci gli animali. L’hai detto del cigno. L’hai detto dell’ippopotamo. Io tengo un elenco degli uccelli da otto anni e non ho mai detto a nessuno che un cigno lo stava salutando. Allora facci vedere quello difficile.» Indicò con il mento il recinto alle loro spalle. «Parla con le scimmie.»

Il recinto delle scimmie di Greenwood era un’isola in gabbia piena di rami secchi, e ci viveva una colonia di cebi cappuccini, piccoli, svelti e annoiati. E un cappuccino annoiato non è un animale: è un professionista. Il cartello sulla ringhiera diceva, a lettere sbiadite, NON DARE DA MANGIARE AI MACACHI. Animale sbagliato: Greenwood etichettava ogni cosa con il nome di qualcosa che non aveva.

Della si alzò, perché chi guida, se viene sfidato, si alza. L’uniforme era grigio-marrone e si stava indurendo al sole. Andò alla ringhiera, e la classe la seguì, e la seguì anche la professoressa Vance. Della guardò i cappuccini attraverso la rete, e i cappuccini guardarono lei con l’interesse piatto e professionale di chi valuta che cosa si porta addosso una persona.

«La comunicazione con i primati» disse Della «non passa dalle parole. Passa dalla presenza. Non si recita per loro. Si permette loro di leggere le nostre intenzioni.»

«E allora leggine una» disse Siddharth.

Della si avvicinò alla rete. Non sapeva come si parla a una scimmia. Sapeva dire frasi sul parlare con una scimmia, e in tre mesi aveva scoperto che quasi sempre bastava. Così alzò piano una mano verso la rete, il palmo aperto, come si porge la mano nei documentari sulla natura, e disse, con voce bassa e uniforme: «Non ti voglio fare del male.»

Il cappuccino più vicino scese lungo la rete a gran velocità.

Arrivò come era arrivato il cigno, solo che il cigno voleva il colletto e il cappuccino voleva qualcosa di preciso. Infilò nel varco della rete una manina piccola e precisa, oltrepassò il palmo aperto, ignorandolo, entrò nel taschino dell’uniforme, ne tirò fuori il cartoncino piegato ed era di nuovo in cima al ramo prima che Della avesse finito di dire male.

Della capì che cos’era quel cartoncino prima ancora che la testa raggiungesse il corpo. Il corpo era già gelato. Era il suo tesserino d’ammissione agli esami, il foglio che serviva alla professoressa Vance per il modulo. Era l’unico documento che a uno studente della dodicesima ogni adulto, ogni giorno, raccomanda di non perdere mai: il foglietto piegato con la fotografia, il numero di matricola e le parole che le avrebbero permesso di sostenere l’esame per cui erano serviti gli ultimi due anni. E adesso era nelle mani di un cappuccino in cima a un ramo secco, che lo rigirava con la curiosità profonda e tranquilla di una creatura che ha capito, giustamente, di avere in mano qualcosa che vuoi tu.

Ogni istinto del suo corpo le diceva di gridare, di attaccarsi alla rete, di chiamare un custode, di essere, per un secondo, una normale ragazza spaventata che ha perso il foglio più importante che possiede.

Non fece niente di tutto questo. Perché la professoressa Vance era al suo fianco, il telefono di Siddharth era alzato, e la ragazza della lettera non va nel panico quando una scimmia le prende un foglio. Aveva detto di saperle leggere. Aveva detto presenza, non recita. Aveva costruito l’intera giornata sul non crollare, ed era a un metro da un’insegnante che, chissà come, le credeva ancora. Così Della fece quello che il costume le chiedeva: trattò il furto del suo tesserino come una conversazione che aveva scelto di avere.

«Mi sta mettendo alla prova» disse alla classe, con la voce calma e profonda, mentre il cuore le batteva nel petto come un uccello. «È così che stabiliscono la fiducia. Mi ha preso una cosa. Adesso trattiamo.»

«Trattare con una scimmia» disse Siddharth. Ma il telefono restò alzato, perché qualunque cosa fosse, la voleva.

Sulla tovaglia del pranzo, alle loro spalle, c’era mezza banana che Farhan aveva lasciato lì. Della la prese senza fretta, come se raccogliere mezza banana fosse la mossa naturale di una trattativa che teneva perfettamente sotto controllo, e la sollevò davanti alla rete, dove il cappuccino poteva vederla.

«Uno scambio» disse al cappuccino, a voce bassa e piana, da pari a pari. «Il foglio per te non è niente. Questa per te è qualcosa. Andiamocene tutti e due con quello a cui teniamo.»

Il cappuccino guardò la banana. Guardò il tesserino. Scese a metà del ramo e si fermò, tenendo il cartoncino sospeso sul vuoto, e Della capì con un sussulto che il cappuccino sapeva che cosa fosse una leva, che era anzi un negoziatore migliore di lei, e che se avesse allungato la mano il foglio sarebbe finito dentro il recinto e addio.

Così trattò. Avvicinò la banana. Il cappuccino scese ancora, allungò la mano, la ritirò e sollevò di più il tesserino. La classe cominciò, in silenzio, a divertirsi, e poi non più in silenzio: Farhan attaccò una cantilena sottovoce, un punto alla scimmia, Ritika stava in piedi con tutte e due le mani sulla bocca, e Della, sudando dentro il cotone grigio-marrone, teneva la voce serena e la mano ferma e trattava con un animale selvatico per un documento che non poteva ammettere di avere il terrore di perdere, una ripresa dopo l’altra, banana e foglio, foglio e banana, mentre trentuno compagni esultavano a ogni tentativo andato a vuoto e Siddharth filmava tutto.

Alla fine il cappuccino accettò lo scambio. Prese la banana con una mano e lasciò cadere il tesserino con l’altra, non verso Della ma ai piedi della rete, dove lei dovette accovacciarsi nella sua uniforme rovinata e infilare due dita nel varco per tirarlo fuori. Uscì piegato, umido e masticato su un angolo: la fotografia intatta, il numero di matricola intatto, le parole che le permettevano di sostenere l’esame intatte, un angolo mancante.

Si rialzò con il tesserino in mano. Lo piegò ancora una volta, con cura, lo rimise nel taschino, e stavolta abbottonò la patta. Poi si girò verso la classe come se tutto fosse finito esattamente come voleva lei.

«Questa» disse Della «è una trattativa. Offri ciò di cui loro hanno bisogno. Non afferri mai ciò di cui hai bisogno tu. E sai sempre esattamente che cosa ti porti addosso.» Premette il taschino con la mano.

La classe scoppiò in un boato. Persino Ritika adesso rideva, per il sollievo. La professoressa Vance scuoteva piano la testa.

E Siddharth abbassò il telefono di qualche centimetro e guardò Della con lo sguardo piatto e infelice di un ragazzo che ha appena ripreso, perfettamente a fuoco, la cosa più impressionante che qualcuno avesse fatto in tutta la gita, e lo sa, e sa anche che non gli serve a niente.

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