Episodio 5 — Immortalata nell’annuario
Alle tre e mezza la professoressa Vance radunò la classe alla recinzione in fondo per la foto di gruppo, quella che finiva nell’annuario, e Della capì che non restava nessuna versione della giornata da cui potesse uscire bene.
Il ritorno dall’ufficio era stato il tragitto più lungo della sua vita, e alla fine la classe non aveva detto niente, che era peggio di qualsiasi cosa avessero potuto dire. L’avevano sentita tutti. L’avevano sentita dire che odiava il cigno, il fango e la scimmia, che non credeva a una parola del trattamento che aveva venduto loro, che voleva un piano alto e la lettera di una donna convinta che amasse i barbagianni. Non c’era una frase serena per questo. Non c’era trattativa. Stavolta il costume non era rovinato: era sparito, volato oltre quaranta pali, e tutti avevano visto la ragazza che c’era sotto, in un’uniforme del colore della fine di una lunga giornata.
Così fece l’unica cosa che resta a chi è stato scoperto del tutto. Cercò di sparire.
La foto sarebbe stata scattata contro la recinzione in fondo, dove il terreno saliva fino a una sbarra e oltre la sbarra si apriva un ampio recinto di terra secca. In fondo al recinto, vicino a una baracca, stava un cammello, alto, paziente e del tutto disinteressato, che masticava il nulla con il movimento lento e circolare di un animale che ha tutto il pomeriggio davanti. Della andò in ultima fila, contro la sbarra, dietro i più alti, dove un’uniforme rovinata e una faccia scoperta potevano affondare nella folla ed essere, per una volta, nessuno.
«Della» disse la professoressa Vance. «Vieni davanti. Sei tu la guida.»
«Credo» disse Della «che il posto della guida sia insieme alla sua classe.» E rimase alla sbarra.
La professoressa Vance la guardò per un momento attraverso il gruppo che si sistemava, e in quello sguardo c’era qualcosa che Della non poteva permettersi di leggere, così si guardò le scarpe, che non erano più bianche.
Le foto le faceva Siddharth. Naturalmente. Aveva il telefono migliore e la mano più ferma e aveva filmato tutto il giorno, così quando c’era una foto da scattare toccava a lui senza discussioni. Stava a tre metri dalla classe con il telefono alzato e inquadrava tutti, l’intera dodicesima nelle sue uniformi bianche e, in fondo, piccola, affondata, sperando di passare inosservata, Della.
«Dentro tutti» disse Siddharth. «Ultima fila, venite su. Non vedo l’ultima fila.»
«Sto bene qui» disse Della.
«Non ti vedo.»
«Bene» disse Della, e lo pensava più semplicemente di qualunque altra cosa avesse detto in tutta la giornata.
Alle sue spalle, oltre la sbarra, nel recinto secco, il cammello aveva cominciato, senza fretta, a camminare verso la recinzione.
Camminava come aveva camminato il cigno e come il cappuccino era sceso dal ramo, come ogni animale di Greenwood si era mosso verso di lei per tutto il giorno, con una certezza lenta e paziente, come se lei fosse l’unica cosa nello zoo per cui valesse la pena di attraversare un recinto. Lei non lo vide. Si guardava le scarpe, affondata nell’ultima fila, in attesa dello scatto e della fine della giornata e della fine di tutto quello che aveva costruito.
«Al tre» disse Siddharth. «Uno.»
Il cammello arrivò alla recinzione.
«Due.»
Allungò il lungo collo oltre la sbarra, sopra la testa di Della, dentro l’ultima fila, con la calma di un animale che ha capito, giustamente, che lì c’è qualcosa che vale la pena prendere. E quello che aveva capito era il nastro tra i capelli di Della, l’ultima cosa pulita che le era rimasta addosso, quello che il cigno aveva tirato e poi lasciato quella mattina. Lo prese con il labbro morbido e mobile e tirò.
Della sentì lo strattone alla nuca, la testa le andò all’indietro e la sua faccia scoperta riemerse dalla folla esattamente nel momento sbagliato, occhi spalancati, bocca aperta, tutto quanto, la ragazza vera in piena vista, girata in su e di lato a scoprire un cammello che le sollevava il nastro dalla testa alla recinzione in fondo dello zoo comunale di Greenwood.
«Tre» disse Siddharth, e scattò.
Prese tutto. Prese l’intera dodicesima nelle uniformi bianche, sorridente, ordinata, e in fondo, che spuntava in mezzo a loro, una ragazza con il nastro per aria e la faccia vera scoperta, colta a metà tra l’orrore e la verità, senza un solo pezzo di sé composto: la foto meno serena mai scattata a una persona che aveva passato tre mesi a essere serena.
Alla recinzione calò il silenzio. Era il silenzio di trentuno persone che decidono che cosa provare.
Poi Farhan cominciò a ridere, e non era la risata di chi ride di qualcuno, era l’altra, quella che arriva quando una cosa è semplicemente, completamente, meravigliosamente buffa, e passò attraverso la classe come l’acqua attraverso una sbarra rotta, e rideva perfino Ritika, tenendosi la pancia. Il cammello, ottenuto il nastro, tornò verso la baracca con il suo trofeo, e Della, alla sbarra, nella sua uniforme rovinata e con i capelli che si scioglievano, capì che rideva anche lei.
Non la risata serena. L’altra. Quella che non aveva fatto in tutta la giornata, e, pensò, in tre mesi, da prima di aver capito che cosa voleva una buona università e di esserlo diventata. Le salì da dentro come la verità era uscita dall’altoparlante, senza permesso, e non smetteva, e lei rimase lì, nel relitto color fango del bucato di sua madre, a ridere di un cammello alla recinzione in fondo finché le lacrimarono gli occhi.
Ritika arrivò per prima lungo la sbarra. Senza dire una parola si tolse un fermaglio dai capelli e lo infilò in quelli di Della, là dove prima c’era il nastro. Poi tornò al suo posto.
La professoressa Vance si avvicinò lungo la sbarra e si fermò accanto a lei.
Aveva in mano la cartellina, quella dell’aula di biologia, con i moduli delle raccomandazioni, l’unica cosa pulita sopravvissuta all’intera giornata. Della la vide e pensò: ecco, adesso, è qui che sparisce tutto, questo è il conto.
«Avevo intenzione di scrivere» disse la professoressa Vance «che eri una giovane rara, davvero a casa nel mondo naturale.» Guardava il cammello, non Della. «Avevo la frase pronta da mesi. Ne ero molto soddisfatta.»
«Lo so» disse Della. Non aveva più senso nient’altro.
«Tu non sei a casa nel mondo naturale» disse la professoressa Vance. «Ti ho sentita. Ti ha sentita tutto lo zoo. Vuoi un piano alto, un lavandino pulito e niente barbagianni.» Aprì la cartellina. «Ma insegno da diciannove anni e non ho mai visto una classe seguire qualcuno come questa classe ha seguito te oggi. Dentro la pozza di un ippopotamo. In una trattativa con una scimmia. Gli hai fatto fare cose che io non riesco a fargli fare in un trimestre, e l’hai fatto mentre un uccello ti mangiava il colletto, e non gli hai mai fatto vedere che avevi paura.» Prese la penna. «Non raccomanderò una ragazza che ama la natura. Ce ne sono tante, e quasi tutte mentono. Raccomanderò quella che non è scappata.»
«Il tuo tesserino» disse.
Della sbottonò il taschino e glielo porse. Era umido, e un angolo non c’era più. La professoressa Vance ricopiò il numero di matricola senza dire una parola sull’angolo.
Scrisse lì in piedi, alla sbarra, sulla pagina pulita, e Della non vide che cosa scriveva e non lo chiese.
Più in là lungo la recinzione, Siddharth guardava sul telefono la foto che aveva scattato, il nastro e la bocca aperta e la faccia vera, la cosa migliore che avesse catturato in tutto il giorno e quella che aveva desiderato di più, e Della lo guardò guardarla e aspettò di scoprire che cosa fa un ragazzo che finalmente ha la sua prova.
Aveva sentito la professoressa Vance. L’avevano sentita tutti, alla recinzione. Lui aveva l’elenco degli uccelli e gli otto anni e la prova in mano, e la lettera era andata a una ragazza che odiava i barbagianni.
Girò il telefono e lo sollevò perché lei potesse vedere.
«Questa» disse. «Per l’annuario. È la foto più bella che abbia mai fatto.» E non era una minaccia, e non era una resa. Era solo vero, come era stato vero l’altoparlante, e Della guardò la propria faccia scoperta che spuntava dall’ultima fila della dodicesima, senza nastro, scoperta, ridente, e non riuscì, nemmeno a volerlo, a trovare una sola cosa serena da dire.
Così non disse niente di sereno.
«Sì» disse Della. «Questa.»
You're all caught up.



