Chapter 12

L’altro calzino

Sei minuti bastano per arrivare a una fermata distante quaranta passi. Non bastano se uno dei passi si ferma a presentare un’obiezione.

8:00. Portarono Kabir fuori dalla porta di corsa, o nella versione invernale della corsa, che è un ondeggiare veloce, un piccolo astronauta rigido che attraversa il vialetto gelato con la mano del padre nel cappuccio. La fermata era all’angolo, quaranta passi, e i quaranta passi erano ghiaccio.

All’angolo, già in attesa, c’era il bambino dei Petersen di due case più in là, chiuso, inguantato e in anticipo, per mano alla madre. La signora Petersen fece a Papà e al suo figlio mezzo vestito un piccolo saluto luminoso. Papà, trascinando Kabir sul ghiaccio per il cappuccio, ricambiò con la mano libera dal bambino, odiò il saluto, e lo fece lo stesso. Si saluta.

«Eccolo» disse Papà. In fondo alla strada, due isolati più in là, la lunga sagoma gialla, con le luci che sanguinavano nel buio. «Ce la facciamo. Saluta. Salutaaa.»

Kabir non salutò. Kabir si era fermato, a metà vialetto, a metà dei meno trenta, con l’immobilità precisa che Papà conosceva dai racconti della moglie e che aveva pregato di non vedere mai sul campo.

«La riga si è spostata» disse Kabir.

«Che riga? Di chi? Kabir. Lo scuolabus.»

«Il calzino. Quando ho corso, è tornata sotto.» Guardò il padre, tradito dall’universo. «Cammina di nuovo.»

Lo scuolabus arrivò all’angolo. Lo scuolabus aprì le porte. Lo scuolabus, essendo uno scuolabus, aspettò il numero esatto di secondi che aspetta uno scuolabus, che non sono abbastanza per un’emergenza filosofica su un calzino, poi chiuse le porte e ripartì con le facce di tutti gli altri bambini ai finestrini, calde, in movimento, sparite.

8:04.

Papà rimase in mezzo alla strada a guardarlo andare, come si guarda una cosa che avresti potuto prendere se il mondo fosse stato più gentile di un calzino.

«Va bene» disse. «Va bene. Sali nel frigorifero.»

In macchina, che da frigorifero si stava scaldando fino a stanza fredda, Papà guidava, e Kabir stava seduto dietro nella sua tuta da neve, calmo ormai, l’emergenza alle spalle, un bambino in pace fra le macerie che aveva provocato e che nessuno gli avrebbe fatto pagare.

«Arriverai tardi al negozio» osservò Kabir.

«Sì.»

«La gente infreddolita lo dirà al direttore?»

«Sì.»

«Il direttore lo dirà a Gary?»

«Lo dirà a Gary» disse Papà «sì.»

Kabir ci pensò per un po’, guardando scorrere la città buia, il Donut Dépôt chiuso con una sola finestra accesa, la bandiera gelata sopra la sede della Legion.

«Posso scrivergli un biglietto» offrì. «Al direttore. Me l’ha insegnato Tyler. Scrivi la cosa vera e firmi. Scriverò che è stato il calzino. Così non è colpa tua. È colpa del calzino. Nei guai ci deve finire il calzino, non Gary.»

Papà guardò il figlio nello specchietto, questa piccola persona seria in tuta da neve che si offriva di difenderlo, per iscritto, contro il direttore del NordMart, e sentì l’amore impotente e preciso di un uomo che arriverà tardi e non può nemmeno arrabbiarsi per il motivo.

«Grazie» disse Papà. «Magari no.»

«Sono nei guai? Per lo scuolabus.»

«No.»

«Per il calzino?»

«Neanche il calzino è nei guai. Nessuno è nei guai. È giovedì, lo scuolabus è partito, e noi siamo in macchina. La mattina è venuta fuori così.» Dicendolo, scoprì di crederci a metà. «Certe mattine vengono fuori così. Non le puoi stirare tutte.»

Kabir ci pensò. A una cosa che sua madre cercava di fare alle mattine, e alle camicie, e a tutta la famiglia, tutti i santi giorni. Liscio, liscio, liscio.

«Lei vorrebbe provarci» disse.

«Sì» disse Papà. «È tua madre.»

«Va bene.» Kabir tornò al finestrino. Poi, piano, semplicemente, senza vedere un motivo per tenerselo:

«Anche quest’altro calzino è sbagliato.»

Papà guidò. Non disse niente. C’era un rosso lungo, e lui ci rimase fermo, nella macchina che si scaldava, nella mattina ancora buia, e da qualche parte dietro i suoi occhi cominciò un piccolo suono, e ci mise un secondo a riconoscerlo, perché non lo faceva da un po’, e poi lo riconobbe. Stava ridendo.

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