Chapter 14

Quanto costa

La cosa più gentile che Kabir abbia mai fatto a sua madre, la fece apposta, credendo che fosse un regalo.

Perché Kabir non aveva finito di rendersi utile, e la cosa più utile, la più gentile, quella che aveva tenuto da parte perché era la cosa più bella di sua madre e la signora Bhatia evidentemente non la sapeva, era ancora dentro di lui, e uscì.

«Mia madre voleva quel cappotto blu, poco fa» disse alla signora Bhatia, con calore, da proprietario di cappotto a proprietaria di cappotto. «Quello là. Se l’è provato quando pensava che nessuno guardasse, e poi l’ha rimesso a posto. Lo fa sempre. Trova una cosa che vuole, la rimette a posto, e non sembra neanche triste. È la più brava di tutti quelli che ho mai visto. Dovrebbe vederla farlo, qualche volta. È una cosa incredibile.»

Ci fu un piccolo silenzio, di quelli che hanno il pavimento molto in basso.

«Oh» disse la signora Bhatia. E la sua faccia si ricompose nell’espressione attenta, gentile, terribile che la gente assume quando si è appena vista porgere una cosa che non voleva tenere in mano. «Oh, Suman.»

«Si inventa le cose» disse Suman. Il registro buono era sparito. Quello che c’era sotto non era neanche la voce attenta. Era solo una voce. «Ha sette anni. I bambini si inventano le cose.»

«Certo» disse la signora Bhatia, con dolcezza, che era la cosa peggiore che potesse dire, perché voleva dire che sapeva che lui non se le inventava.

«Ti lasciamo andare» disse Suman. «Le montagne. Salutami tanto Aarav.»

E spinse il carrello verso le casse, non quelle in fondo, non quella di Papà, e pagò, con il volantino e la cifra esatta e attenta, e non guardò il cappotto blu quando ci passarono di nuovo davanti uscendo, e attraversò il parcheggio gelato con le spalle dritte, e allacciò Tara, e salì in macchina, e non la mise in moto.

Kabir stava seduto dietro, nel silenzio.

«Perché stai zitta?» chiese.

Niente.

«È una regola? Che adesso stiamo zitti?»

Niente.

«Se è una regola voglio sapere chi l’ha fatta. Così gli chiedo perché.»

Sua madre, che aveva sempre una voce pronta per ogni occasione, per questa non ne aveva una. Rimase con le mani sul volante e la macchina spenta, e quel non avere riempì tutta la macchina fredda, e Kabir cominciò, vagamente, sul bordo estremo di sé, a capire di aver fatto qualcosa, anche se ancora non vedeva cosa, perché era fatto di una cosa a cui lui non credeva.

Provò la mossa che funzionava con tutti. Aveva funzionato con la maestra Dhillon e con la supplente e con il preside. Funzionava sempre.

«Chi comanda l’essere tristi?» disse. «Tu o la tristezza?»

Di solito a quel punto un adulto lo guardava, e trovava il buco in se stesso, e una cosa vera ne usciva arrampicandosi, e dopo andava meglio.

Sua madre tenne gli occhi sul parabrezza. Non c’era nessun buco. O c’era un buco, e non aveva un fondo che lui riuscisse a vedere, e per la prima volta nella sua vita una domanda vera entrò in una persona e non tornò fuori.

Mise in moto. Tornarono a casa nel tipo di silenzio che non è un orario e con cui non si può discutere.

A casa lei andò in cucina, si fermò davanti al bancone e non accese la luce.

Kabir rimase sulla porta. Aveva cento cose vere e nessuna era la chiave di questa. Non disse che quella mattina il calzino era sbagliato. Non disse che il calendario era una sensazione. Non chiese perché. Aveva incontrato, finalmente, una cosa che non poteva vedere e che non poteva superare dandole un nome, e stava al bancone, al buio, ed era sua madre.

Così attraversò la cucina, le prese la mano, quella che non stringeva il bordo del bancone, e la tenne, e non disse niente.

Non bastava. Sapeva che non bastava. La tenne lo stesso.

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