Capitolo 10: Il consiglio di guerra
Sabato, 13:05. Hotel Bella Vista.
All’una Nonno Gino spostò il matrimonio dalle quattro alle sei, e all’una e cinque convocò un consiglio di guerra.
Lo tenne in fondo alla hall, sul lato est, vicino alla palma in vaso, perché era lì che si sedeva sempre la sua povera moglie quando venivano in questo albergo per gli anniversari, e perché da lì teneva d’occhio la porta, le scale e gli Esposito.
Gli Esposito avevano convocato il loro consiglio sul lato ovest, vicino agli ascensori, ed era cominciato nello stesso identico momento del suo. Gino non credeva alle coincidenze.
«Rapporto» disse.
La famiglia fece rapporto.
Il cugino Fabio riferì di aver filmato tutta la hall quella mattina, compreso il momento in cui zia Carla si era staccata da terra, e che il video aveva già quattromila visualizzazioni e nessuno ci credeva.
Zia Carla riferì di non essersi staccata da terra, che si trattava di una bottiglia di Lambrusco andata a male e che, se Fabio avesse fatto vedere quel video a qualcun altro, l’avrebbe tolto dal testamento, dove peraltro al momento non figurava.
Lo zio Tonino riferì di aver telefonato a tutte le enoteche della città, e che stavano chiudendo tutte per la pausa pranzo.
Bruno il cuoco riferì, tramite un messaggero, di avere quattrocento tortellini, undici litri di brodo di cappone, un ragù grande così e niente da bere, e che se la faccenda continuava non avrebbe più risposto delle proprie azioni.
E la madre di Giulia riferì che Giulia era in giro per la città, pettinata e col vestito dentro la custodia, a cercare Matteo in tutte le chiese, i bar e le librerie fra lì e il fiume, e che non sarebbe tornata senza di lui.
Gino ascoltò tutto con le mani incrociate sul pomo del bastone. La macchinetta al polso suonò due volte, poi si calmò.
«E il regalo?» chiese.
Sul regalo nessuno aveva niente da riferire.
Sul lato ovest, Assunta Esposito si alzò. Attraversò il marmo verso di lui da sola, con la borsetta davanti, e i Rossi tacquero, e tacquero gli Esposito, e perfino l’ascensore, arrivando al piano, parve farlo in silenzio.
«Signor Rossi» disse Assunta.
«Signora.»
«Mio figlio è scomparso.»
«Lo so. Sono le nove che lo dico.»
«Lei dice che qualcuno se l’è preso. Nessuno se l’è preso, e nessuno se lo potrebbe prendere: ha trentun anni ed è un ragazzo con la testa sulle spalle.» Strinse più forte la borsetta. «Però non risponde, perché il telefono ce l’ha sul letto. E qui non c’è. E lo stomaco di mia sorella il suo ragù non lo regge più.»
«Sua sorella il mio ragù non l’ha nemmeno assaggiato.»
«L’ha annusato. Basta e avanza.»
Gino si alzò. Era più basso di quando aveva cinquant’anni, ma alzarsi in piedi lo sapeva fare ancora.
«Signora, quando la sua famiglia è arrivata in questa città, io vi ho aperto la mia casa. Vi ho aperto la mia tavola. Giovedì le mie sorelle hanno fatto quattrocento tortellini per suo figlio con le loro mani. Con le loro mani. E ieri sera, alla mia tavola, lei ha chiesto al cameriere qualcosa senza carne.»
«È vero.»
«Perché?»
Assunta lo guardò, e per un momento Gino pensò che stesse per dire una cosa vera: ce l’aveva in faccia, come la pioggia ce l’ha il cielo prima di cadere.
Poi si aprì la porta, ed entrò il maresciallo.
Aveva un aspetto orribile: la divisa impolverata sulla schiena, come se si fosse sdraiato in mezzo alla strada, e una macchiolina d’unto sulla camicia. Però attraversò la hall come un uomo che porta notizie, e tutti si voltarono verso di lui.
«Signor Rossi» disse Moretti. «So chi le ha preso il regalo.»
«Chi?»
«Due uomini. Marco Bellandi e Leo Ferri.»
Dalla palma in vaso arrivò un suono. Era zia Carla.
«Marco Bellandi» disse. «Quello dei vestiti.»
«Lo conosce?»
«A Bologna lo conoscono tutti. Nel 2011 gli ho prestato quattrocento euro per aprire una pizzeria per cani.»
«Una cosa?»
«Pizza per cani. Senza cipolla, per i cani. Diceva che era il futuro.» Zia Carla si appoggiò allo schienale. «Non era il futuro.»
«E adesso dove sono?» chiese Gino.
«Li ho persi in piazza» disse Moretti, sfiorando per un attimo la macchia d’unto sulla camicia, come se si ricordasse di qualcosa. «Però l’oggetto ce l’hanno ancora loro. E so altre due cose. Primo: devono dei soldi a un certo Massimo Grandi. Undicimilaquattrocento euro, entro mezzanotte.»
Gino sentì il polso che cominciava a suonare.
«Massimo Grandi» disse. «Il macellaio del Quadrilatero.»
«Lui.»
«È il padrino di mia nipote. Stasera siede al tavolo degli sposi. Il ripieno dei tortellini l’ha fatto lui.»
Moretti annuì adagio, come chi riceve una brutta notizia e non ha ancora capito per chi. «Secondo: vogliono vendere il suo regalo. Non oggi: lunedì. All’università.»
«All’università!»
«E stanotte scappano a Rimini.»
Gino si rimise a sedere. Il bastone fece toc sul marmo. Guardò Assunta Esposito, ancora lì in piedi, vestita di verde scuro, con la sua borsetta.
«Dunque» disse Assunta. «Vediamo se ho capito. La polizia ha trovato i ladri.»
«Sì» disse Moretti.
«E li ha persi.»
«Momentaneamente.»
«In una piazza.»
«È una piazza molto grande.»
«E la polizia non sa dov’è mio figlio.»
«Signora, suo figlio non è materia di polizia. Uno sposo, il giorno del matrimonio…»
«E la polizia non ha visto mio figlio uscire da questo albergo, e sì che stava sulla porta alle dieci a discutere di una multa.»
Moretti aprì la bocca e la richiuse.
Gino guardò Assunta. Assunta guardò Gino. Per la prima volta da quando era arrivato il treno da Napoli guardavano la stessa cosa, e la cosa era un maresciallo dei carabinieri con una macchia d’unto sulla camicia.
«A Napoli» disse Assunta «la polizia è tale e quale.»
«A Bologna» disse Gino «è peggio. Hanno pure l’università.»
In quel momento passò qualcosa fra loro. Non era amicizia: era quello che viene prima dell’amicizia, quando due vecchi scoprono di disprezzare la stessa cosa.
«E allora ci pensiamo noi» disse Assunta.
«Ci pensiamo noi» disse Gino. «La mia famiglia trova il regalo, la sua trova il ragazzo.»
«E se il regalo lo trova la mia famiglia?»
«Allora le dirò grazie. Una volta. In privato.»
«E se mio figlio lo trova la sua?»
Gino ci pensò. «Allora glielo riporto» disse «e non gli urlo dietro fino a dopo le foto.»
Assunta gli tese la mano, e Gino la prese. Era una mano piccola e forte, e stringeva esattamente quanto stringeva lui.
Alle loro spalle le porte dell’ascensore si aprirono e si richiusero, e si aprirono e si richiusero, perché non entrava nessuno.
Quando il maresciallo se ne fu andato e i due consigli ne ebbero fatto uno solo, più rumoroso, Gino tirò fuori il telefono e si mise vicino alla finestra per fare una chiamata.
Restava ancora una faccenda. Alle tre doveva arrivare in albergo, dal Quadrilatero, una forma intera di Parmigiano-Reggiano da trentasei mesi, quaranta chili, per il centro della tavola del ricevimento. Era il regalo di Massimo alla sua figlioccia, e stava nella sua cantina da quando Giulia aveva ventisette anni.
Il telefono squillò due volte.
«Gino» disse Massimo Grandi, con la voce morbida e calda di sempre. «Amico mio. Il formaggio è pronto, alle tre è lì. Come sta la nostra ragazza?»
«Massimo.» Gino guardava i portici, la pioggia che si asciugava sulle pietre. «Mi hanno preso una cosa.»
Gli raccontò tutto: il regalo, lo scaffale, i due uomini, i nomi.
Dall’altra parte ci fu un silenzio così lungo che Gino guardò lo schermo per vedere se era caduta la linea.
Poi Massimo riprese a parlare, con la delicatezza di chi posa un bambino addormentato.
«Allora siamo creditori in due, Gino.»
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