Chapter 10

Dietro l’orecchio

«I pennarelli non camminano» disse il preside Halvorsen, perché era l’ultima cosa vera rimasta su cui reggersi.

«No. Ma la gente se li mette in tasca. La gente se li mette dietro l’orecchio. La gente tiene in mano una cosa così spesso che smette di sentire di tenerla.» Kabir alzò gli occhi su di lui, serio. «Perché questo conta così tanto? In ufficio ne ha una scatola intera. L’ho vista.»

E il preside Halvorsen, che era uscito lì fuori per comandare una cosa in un giorno in cui non comandava niente, aprì la bocca per dire perché è quello buono, e scoprì, davanti a duecento bambini, che la frase vera lì sotto era un’altra, molto più grande, e non si poteva dire in un’assemblea.

Era una frase con dentro le aule prefabbricate, e una lettera del consiglio scolastico, e la parola accorpamento, che lui aveva cercato sul vocabolario per conoscere la misura esatta della cosa brutta. Era la frase di un uomo che aveva finito lo spazio e non poteva dirlo ad alta voce in una palestra che era, lei stessa, troppo piccola per il numero di bambini seduti dentro.

«Non deve dirlo» disse Kabir, che riconosceva una persona ferma in fondo a un perché quando ne vedeva una. «Me lo può dire dopo. O lo dica allo specchio. Mia madre fa così con quelli grossi.»

Sulla porta, una maestra venuta a guardare si portò la mano alla bocca.

«Il pennarello» continuò Kabir, gentile, porgendo all’uomo grosso una cosa più piccola da tenere al suo posto «ce l’ha dietro l’orecchio.»

Ce l’aveva dietro l’orecchio.

Il preside Halvorsen alzò la mano piano, come si allunga la mano verso una cosa quando si sa già, dalla faccia del bambino, che sarà lì. Tirò giù il pennarello nero buono, che dalla mattina viaggiava dietro il suo orecchio, per tutta l’assemblea che lui stesso aveva convocato per la sua scomparsa, nella scuola ben gestita dove una cosa resta dove la metti.

«Caso chiuso» disse Tyler, e lo scrisse nel taccuino nero: CASO CHIUSO. NESSUN CRIMINE. (DI NUOVO.)

Il preside Halvorsen guardò il pennarello che aveva in mano, e il bambino che l’aveva trovato, e i duecento bambini che l’avevano appena visto ritrovare, in pubblico, una cosa che non aveva mai davvero perso.

«L’assemblea è sciolta» disse, con tutta la dignità che la situazione ancora conteneva, che non era molta, ma che lui raccolse con cura e si portò via, perché un uomo in una scuola troppo piena impara a portarsi via quella dignità che può.

Sulla porta, la maestra Dhillon si fece da parte per lasciarlo passare.

«Mi ha processato» le disse piano il preside Halvorsen, con il pennarello ancora in mano.

«Lo fa.»

«Come si fa a insegnargli?»

«Non si fa» disse la maestra Dhillon. «Si lascia che sia lui a insegnare a lei, e si scrivono le parti che risultano vere.» Ne aveva una collezione che cresceva. Non la nominò.

«Il consiglio scolastico vuole una risposta entro venerdì» disse Halvorsen, a nessuno, al pennarello.

«Lo so.»

«Mi ha chiesto perché il pennarello contava.» Halvorsen quasi sorrise, che per lui era un grande evento civico. «Nessuno mi chiedeva perché qualcosa contasse da undici anni, più o meno.» E tornò nel suo ufficio, con il pennarello nero buono, a scrivere, forse, una lettera.

Quella sera Kabir lo raccontò a Brooke, da sopra la recinzione, perché Brooke aveva sedici anni e quindi era qualificata ad ascoltare questioni importanti.

«Ce l’aveva addosso tutto il tempo?» disse Brooke. «Dietro l’orecchio? Per tutta l’assemblea?»

«Tutto il tempo.» Kabir scosse piano la testa. «È questo il problema di cercare una cosa fuori quando ce l’hai addosso. Mio padre lo fa con gli occhiali. Mia madre con la sua felicità.»

Brooke lo guardò un secondo più di quanto volesse. «Quanti anni hai, mi ripeti?»

«Sette» disse Kabir. «Ma ti sposerò, quindi si pareggia.»

«Certo» disse Brooke, e non rise, perché aveva imparato che ridere lo incoraggiava, e poi aveva imparato che anche non ridere lo incoraggiava, ed era arrivata alla scoperta che non esisteva una disposizione della sua faccia che non lo incoraggiasse.

«E allora hai scoperto chi l’ha preso?» chiese, per cambiare argomento, cosa che non aveva funzionato neanche una volta.

«Non c’era nessun chi. È questo il punto.» Kabir si appoggiò alla recinzione. «Tutti volevano un ladro. Un ladro è più interessante di una tasca. Ma non è quasi mai un ladro. È quasi sempre una tasca.» Annuì, avendo sistemato la questione della natura umana con sua piena soddisfazione. «Dovresti ricordartelo. Per dopo.»

«Sono più grande di te.»

«Per quando sarai più saggia, allora» disse Kabir, generoso.

Kabir rientrò soddisfatto. Era stata una buona giornata. Aveva difeso l’innocente e trovato il colpevole, ed era risultato lo stesso uomo, che era, decise, la cosa più famigerata successa in città in tutta la settimana.

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