Quattro pollici
Kabir giocava a cricket d’inverno perché nessuno gli aveva detto che non si poteva, e quando qualcuno glielo disse era troppo tardi: lo amava già.
Ci giocava da solo, nella via a mezzaluna, con una mazza che uno zio gli aveva mandato dall’India, due misure troppo grande, e una pallina da tennis diventata calva, mentre più su i bambini giocavano a hockey in strada, che era il gioco invernale corretto, quello su cui la via si era accordata prima che Kabir nascesse. Una volta gli avevano chiesto di giocare. Lui aveva chiesto perché la porta non avesse il fondo, così che da dietro un gol e un tiro sbagliato sembravano uguali, e come si potesse esserne sicuri. Non glielo avevano chiesto più. Così giocava a cricket, da solo, e si diceva, quasi sempre, che era l’affare migliore.
Il guaio del cricket in una via a mezzaluna è che una palla colpita bene va in un solo posto, e quel posto è oltre la recinzione del signor Doerksen.
Il signor Doerksen era in pensione, olandese passato dal Manitoba, la recinzione l’aveva costruita lui, e sotto la neve teneva un prato che difendeva in tutte e quattro le stagioni come se l’inverno fosse una cosa passeggera, che nel Saskatchewan non è. Quando una palla gli finiva in giardino, il signor Doerksen la teneva. Era la legge più antica della via.
La pallina da tennis passò di là. Kabir andò alla recinzione.
«Signor Doerksen. La mia palla è nel suo giardino.»
«Lo so.» Il signor Doerksen ce l’aveva già nel pugno. «Adesso la palla è mia.»
«Però non lo è. È la mia palla. È finita nel suo giardino, ma è ancora mia. Una cosa non cambia padrone solo perché rotola.»
«Nel mio giardino sì.»
«Perché?»
«Giardino mio, regole mie.» E si girò ed entrò nel garage, e dalla porta che si chiudeva Kabir vide, nell’angolo, un secchio.
Kabir non accettava giardino mio, regole mie. Non era un motivo. Era solo un modo più rumoroso di dire no, e Kabir aveva passato tutta la vita a rifiutarsi di farsi impressionare dal volume.
Così aprì un’indagine, come le apriva tutte, cioè a fondo e senza il minimo senso delle proporzioni.
Prese il metro dal cassetto della cucina. Misurò la recinzione, e il marciapiede, e la distanza dalla recinzione alla crepa del vialetto che tutti consideravano il confine della proprietà Gill. Scrisse i numeri su un quaderno, perché Tyler gli aveva insegnato che una cosa vera scritta pesa più di una cosa vera solo detta. Chiese a Papà che cosa fosse un confine di proprietà, e Papà, stanco, gli disse che era una linea invisibile tracciata dal governo per decidere di chi era la neve di chi, e Kabir disse che sembrava inventata, e Papà disse che le cose importanti lo sembrano quasi tutte.
Al terzo giorno Kabir aveva un caso.
«Signor Doerksen.» Stava alla recinzione con il quaderno. «Ho misurato. La sua recinzione è quattro pollici dentro la nostra parte. Ho i numeri. Quindi quattro pollici del suo giardino sono in realtà il nostro giardino, e credo che la mia palla sia caduta nei quattro pollici, quindi credo che sia caduta nel nostro giardino, che stava nel suo giardino, che era davvero il nostro giardino.» Alzò gli occhi, soddisfatto. «Lei ha sequestrato palle in un posto che è nostro. Forse da anni. Le vorrei tutte indietro. Ho portato una borsa.»
Il signor Doerksen guardò il quaderno. Guardò il bambino. Rimase zitto un momento, e Kabir sentì il brivido preciso che sentiva appena prima che a un adulto finissero i motivi e cadesse fuori la cosa vera.
«No» disse il signor Doerksen.
«Ma i quattro pollici sono nostri» disse Kabir.
«No.» E rientrò in casa.
Non era mai successo. Kabir aveva tolto la terra da sotto i piedi a una maestra, a una supplente, a un preside e a un’intera assemblea. Aveva un quaderno pieno di numeri veri. E il signor Doerksen aveva guardato tutto e aveva detto no, come si dice no al tempo che fa, ed era rientrato, e quel no non aveva buchi, perché non era fatto di motivi. Era fatto di qualcos’altro, e Kabir non aveva ancora uno strumento per quello.
Doveva trovare un altro strumento. Tornò a casa a cercarne uno.