Due decenni diversi
Suman prese la decisione che non era riuscita a prendere per tutto il viaggio, e la prese come suo figlio prendeva tutto: facendo la cosa vera perché la cosa falsa era finita.
Tirò fuori dalla borsa il piccolo quaderno grigio e lo posò sulla cattedra fra loro.
La stanza si fece immobile.
«L’ha preso per tenerlo al sicuro» disse Suman. «L’ha visto aperto sulla sua cattedra e ha pensato che qualcuno l’avrebbe letto. Così l’ha messo nello zaino per proteggerlo. Ha sette anni, quindi l’ha messo accanto alla pagella, ed è arrivato a casa, e io l’ho aperto pensando che fosse una cosa sua per me, il biglietto, la comunicazione della scuola.» Si costrinse ad andare avanti, oltre il punto in cui di solito si sarebbe fermata a lisciare tutto. «E poi ho visto che era lei. E ho continuato a leggere. L’ho letto tutto. L’ho letto due volte. Non ne avevo il diritto, e l’ho fatto lo stesso, e non starò qui a fingere di non averlo fatto, perché mio figlio lo saprebbe, e mi chiederebbe perché, e io non avrei una buona risposta, e sono stanca di non avere buone risposte per quel bambino.»
La maestra Dhillon non si mosse. Tutta se stessa stava sulla cattedra dentro una copertina grigia, ed era stata letta, dall’unico genitore che aveva messo per ultimo per una paura che adesso, finalmente, capiva.
«Quali parti?» disse. Pianissimo.
«Lo stirare» disse Suman.
E non dovette dire altro, perché il resto lo fece la faccia della maestra Dhillon, e la faccia di Suman le rispose, e le due rimasero sedute nella piccola pozza di luce della lampada, la maestra che si era stirata liscia e la madre che stirava ancora, una piega al giorno, per sempre, e nessuna delle due disse l’altra cosa, la cosa intera, perché non serviva dirla. Era la stessa cosa. Era sempre stata la stessa cosa. Stava solo in due decenni diversi.
«Mia madre teneva un salotto per gli ospiti» disse alla fine la maestra Dhillon «che non…»
«Che non venivano mai» disse Suman. «Sì. Io quella stanza ce l’ho. È pulitissima.»
Quasi sorrisero. Non era proprio un sorriso. Era la cosa che sta al posto di un sorriso quando il sorriso costerebbe troppo.
«Non so come insegnargli» disse la maestra Dhillon. «È la verità. Agli altri so insegnare. Insegno loro a stare fermi e a consegnare in tempo e a diventare lisci, perché è quello che so, è quello che sono, sono la persona più liscia di questo edificio.» Guardò il quaderno, la propria calligrafia. «E ogni giorno lui entra non liscio, e mi chiede perché, e io non ho una sola risposta che non sia lo stirare che parla. Si farà male. I bambini così si fanno male. Voglio proteggerlo e l’unico strumento che ho è la cosa che lo rovinerebbe.»
«Lo so» disse Suman. «Gli stiro i vestiti ogni mattina perché la città non ci veda. E lui esce e racconta tutto alla città lo stesso, in camicia stirata.» Buttò fuori un respiro con dentro, molto in fondo, una risata. «Facciamo lo stesso lavoro, io e lei. Stiamo tutte e due davanti a quel bambino con il ferro da stiro, e siamo tutte e due, grazie a Dio, troppo lente per prenderlo.»
La maestra Dhillon rise. Si stupì. Era il primo suono sincero che le usciva da quella cattedra in un anno di cattedre.
Dopo parlarono un po’, non di voti. Due donne che si erano rese piccole e ordinate e al sicuro in un paese freddo, che scoprivano, a una seggiolina di distanza, di aver passato anni a credere di essere l’unica ad averlo fatto.
Alla fine Suman si alzò e abbottonò il cappotto che non si era mai tolta, anche se lo abbottonò più lentamente di quando era entrata.
«Vorrà riportarle il quaderno» disse. «È fierissimo di averlo custodito. Non sa di aver fallito. La prego, non gli dica che ha fallito. Ultimamente si sta impegnando tanto a stare attento. Per lui è una cosa nuova, ed è tenera, e preferirei non rovinarla.»
«Non lo farò» disse la maestra Dhillon. «Gli dica che ha fatto tutto il lavoro.»
Suman si fermò, la mano sulla porta. «È quello che dice suo padre.»
«Allora suo padre ha ragione.»
In corridoio Kabir era ancora seduto, ancora senza leggere, ancora senza toccare niente, un bambino perfettamente immobile al centro esatto di una cosa che aveva messo in moto e di cui nessuno gli avrebbe mai parlato.
«Avete finito di litigare?» chiese.
«Non stavamo litigando» disse Suman.
«Siete state dentro tanto tempo. Di solito vuol dire litigare.»
«A volte» disse sua madre, prendendolo per mano «ci vuole tanto tempo per non litigare.» E lo portò fuori, nel freddo e nel buio e nel parcheggio, davanti alla finestra dell’aula dove una giovane donna sedeva da sola con tutta se stessa restituita, e leggeva, per la prima volta, quello che aveva scritto come se l’avesse scritto qualcun altro, e scopriva di poterlo sopportare, dopo tutto.
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