Chapter 19

Me lo dica chiaramente

La maestra Dhillon aveva perso il quaderno, e fece lezione tutto il giorno e poi preparò sei colloqui con i genitori come se non avesse perso l’unica cosa al mondo che conteneva tutta se stessa.

All’ora di pranzo aveva messo sottosopra l’aula. Aveva frugato nella raccolta differenziata. Era rimasta immobile in mezzo alla classe a cercare di ricordare l’ultima volta che l’aveva visto, e non ci era riuscita, perché l’ultima volta che l’aveva visto stava alla finestra a fare la respirazione, che faceva proprio per non dover ricordare le cose.

Da qualche parte a Moose Jaw, quella sera, un piccolo quaderno grigio girava libero per il mondo, con dentro sua madre, e il suo trasalire, e ogni cosa senza difese che non aveva mai detto ad alta voce neanche una volta, e lei non sapeva in quali mani fosse, e alle quattro doveva sorridere ai genitori e dire sta andando molto bene sei volte.

Mise il colloquio dei Gill per ultimo. La madre di Kabir la metteva sempre per ultima, perché era il genitore di cui aveva più paura, e fino a quella settimana non si era permessa di chiedersi perché.

Kabir aspettava in corridoio con un libro che non leggeva. Sua madre gli aveva detto di stare seduto, zitto, e di non toccare niente, e lui faceva tutte e tre le cose, che era già di per sé una specie di pagella.

Suman entrò alle quattro col mento alto e il cappotto ancora addosso.

Il cappotto lo tenne come si tiene un’armatura. Il quaderno ce l’aveva nella borsa. Ne aveva letto ogni parola due volte, c’era rimasta sveglia sopra, e durante il tragitto aveva deciso esattamente niente su che cosa avrebbe fatto, che per Suman era uno stato vicino al crollo.

«Signora Gill. Prego.» La maestra Dhillon indicò la sedia piccola dall’altra parte della cattedra, la sedia per cui tutti i genitori erano troppo grandi. «Grazie di essere venuta.»

«Ci mancherebbe.» Suman si sedette. «Come va? Me lo dica chiaramente. Non serve che lo renda gentile.»

La maestra Dhillon aprì la bocca.

«Perché lo so che parla. Lo so che discute. Lo so che dice le cose» continuò Suman, prima che potesse rispondere. La voce era ferma e le mani no. «So com’è a casa. Posso immaginare com’è qui. Quindi me lo può dire chiaramente. Preferirei chiaramente.»

La maestra Dhillon guardò quella donna, arrivata preparata a sentirsi dire che suo figlio era un problema, preparata così forte che era l’unica cosa a tenerla in piedi, e capì di avere davanti la versione adulta di un bambino che copre un quaderno dimenticato.

«Vuole leggere quello che ho scritto» disse «invece di sentirselo dire da me?»

Girò la pagella verso di lei.

Suman la lesse come ormai leggeva tutto, male, aspettando il colpo. Era un breve commento in una grafia accurata.

Suman lo lesse due volte. Era venuta armata contro disturba, contro non segue le indicazioni, contro dovremmo parlare del suo comportamento, tutto il vocabolario del verdetto che per una vita aveva cercato di distanziare a colpi di ferro da stiro. Contro questo non era venuta armata.

«È gentile con me» disse, e le uscì come un’accusa, perché dopo la settimana che aveva avuto la gentilezza era la cosa di cui si fidava meno. «La gente è gentile con me quando ha deciso qualcosa su di me. Quando ha deciso che ne ho bisogno.»

«Non sono gentile» disse la maestra Dhillon. «Non ho il quaderno da cui di solito prendo la gentilezza.» Le scappò prima che potesse stirarlo, e trasalì, in modo visibile, proprio il trasalire che aveva scritto di non volere che il suo alunno imparasse.

Allora qualcosa in Suman si sciolse. Era entrata con l’armatura, e dopo una settimana del tipo peggiore l’armatura semplicemente non c’era più, e sotto c’era solo la cosa che aveva tenuto in mano per tutto il viaggio fin lì, e non le restava più la forza di continuare a tenerla.

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