È stato rubato
Il quaderno era blu, avrebbe dovuto essere nello zaino di Aarav, e nello zaino di Aarav non c’era.
Aarav aveva controllato lo zaino quattro volte. Lo stava controllando per la quinta quando Kabir gli si sedette accanto.
«Stai facendo la faccia» disse Kabir.
«Non sto facendo nessuna faccia.»
«Stai facendo la faccia che fai prima di piangere in bagno.» Kabir guardò nello zaino con lui. «Che cosa manca?»
«Il quaderno. Quello blu. Dentro ci sono i compiti.» La voce di Aarav si fece piccolissima. «Li ho fatti. Li ho fatti tutti. Ho lasciato il quaderno sul tavolo della cucina.»
«Allora di’ alla maestra Dhillon che l’hai lasciato a casa.»
«Non posso.» Aarav lo guardò come se gli avesse proposto qualcosa di sconcio. «Io non sono mai stato senza compiti. Mai. Se dico che l’ho dimenticato, divento uno che dimentica. Capisci?»
Kabir ci rifletté. Non lo capiva proprio, come non capiva perché sua madre stirasse vestiti che nessuno avrebbe controllato. Ma lo riconobbe. Era la stessa paura, con un cappotto più piccolo.
«Va bene» disse Kabir. «Allora non l’hai dimenticato. È stato rubato.»
«Non puoi dire così che è stato rubato.»
«Perché no?»
«Perché non è vero.»
«Qualcuno ti ha visto lasciarlo sul tavolo?»
«No.»
«Qualcuno l’ha visto rubare?»
«No, perché non è stato rubato.»
«Allora da qui le due cose sembrano uguali» disse Kabir. «Nessuno ha visto né l’una né l’altra. Quindi possiamo scegliere.» Lo disse con gentilezza, come il giorno prima aveva spiegato l’appello. «Una vuol dire che sei un bambino che dimentica. L’altra vuol dire che sei un bambino a cui succedono le cose. Io sceglierei la seconda.»
Aarav aprì la bocca per ribattere e scoprì, con orrore, che non trovava il buco. Intorno a Kabir cominciava a succedere spesso.
La maestra Dhillon scese tra i banchi con la mano tesa. «I quaderni sul banco, per favore. Quelli blu.»
I quaderni blu uscirono uno dopo l’altro, e la fila di Aarav si avvicinava, e Aarav diventò del colore di un bambino che sta per essere scoperto.
«Aarav?»
«È stato rubato» disse Kabir.
La maestra Dhillon si fermò. «Kabir.»
«Il suo quaderno. Qualcuno l’ha preso. Fra ieri sera e stamattina.» Kabir era calmo. «È una cosa molto grave. Questa dovrebbe essere una città famigerata. C’è scritto sul cartello.»
La maestra Dhillon guardò Aarav, che non riusciva a guardarla, e capì tutto in un secondo e mezzo, perché anche lei era stata una bambina che non dimenticava mai i compiti, in una casa uguale alla sua. Sapeva che il quaderno era sul tavolo della sua cucina. Sapeva che lui avrebbe preferito essere derubato piuttosto che essere normale.
Avrebbe potuto chiudere lì. Invece si sentì dire: «Rubato da chi?»
Ci avrebbe ripensato più tardi. Aveva una programmazione, e l’aveva messa giù per scoprire che cosa avrebbe fatto Kabir al suo posto. Questo, cominciava a capire, era il pericolo principale di Kabir.
Lasciò la programmazione sulla cattedra. Non la riprese. Ventidue bambini si sporsero in avanti, perché all’improvviso a Gopher Ridge c’era un crimine da risolvere, e non contava proprio niente che non ce ne fosse mai stato uno.