Chapter 18

Una ragazza che si stirava da sola

La pagina fece il suo lavoro nella grafia accurata di una giovane donna.

Oggi Kabir G. mi ha chiesto perché è il calendario a decidere che giorno è, diceva. Ho tre lauree e non avevo una risposta. Ho detto «perché è martedì». Lui ha detto «è quello che ha detto dell’elenco». Ha ragione. Ha ragione su tutto ed è la cosa più sfiancante e più necessaria che mi sia successa da quando ho cominciato.

Suman avrebbe dovuto chiuderlo. Non lo chiuse. Il pollice voltò la pagina, perché a una madre il cui figlio aveva appena esposto la sua povertà a tutta la città spettava, le sembrava, un’occhiata a quello che il mondo scriveva su quel figlio quando pensava che nessuno guardasse.

Oggi ha regalato tutto il mio trucco, diceva un’altra pagina. Ha detto alla supplente che poteva «prendere in prestito» il modo in cui mandiamo avanti questa classe, la cosa che a me ha richiesto un anno per costruirla, e l’ha consegnata a un’estranea in un pomeriggio e lei è diventata più brava nel suo lavoro. Io il mio trucco non l’ho mai dato a nessuno. Lo accumulo. Accumulo tutto. Lui non accumula niente e ha più di me.

Mia madre stirava i nostri vestiti perché nessuno potesse dire che eravamo la famiglia che non ce la faceva, diceva la pagina dopo. Io sono cresciuta e invece ho stirato me stessa. Ho tolto ogni piega finché non si capiva più da dove venivo. Funziona. Nessuno se ne accorge. Kabir non è ancora stato stirato. Guardarlo è come guardare la versione di noi che non ha mai imparato a trasalire. Certi giorni vorrei insegnargli a trasalire, per proteggerlo. Quasi tutti i giorni vorrei supplicarlo di non impararlo mai, mai.

Suman si sedette al tavolo senza deciderlo.

Era arrivata a quel quaderno preparata a un giudizio. L’aveva aperto aspettandosi di trovare, nella calligrafia ordinata di una maestra canadese, il verdetto che aveva cercato di distanziare con due anni e una vita intera di stiratura: questa famiglia non ce la fa. E invece aveva trovato una ragazza. Una ragazza che si stirava da sola. Una ragazza che veniva da una casa con un salotto tenuto per ospiti che non venivano mai, che si era resa liscia e anonima e al sicuro, e che guardava il figlio non stirato di Suman e non ci vedeva un problema da correggere ma una cosa troppo preziosa da perdere.

«Mamma?» Kabir aveva fatto il giro del tavolo. Le guardava la faccia, leggendola come stava imparando a leggerle, e quello che ci lesse lo spaventò, perché l’aveva già visto una volta quella settimana, in una macchina che non voleva partire. «L’ho fatto di nuovo? Ho rotto di nuovo qualcosa? Cercavo di tenerlo al sicuro. Te lo prometto. Cercavo solo di tenerlo al sicuro.»

«No» disse Suman.

E fece una cosa che non aveva fatto per tutta la settimana. Posò la cosa che le faceva male, il piccolo quaderno grigio, e si tirò il figlio in grembo, cosa che non faceva da quando lui a cinque anni aveva deciso di essere troppo grande, e lui adesso non protestò, e lei lo tenne stretto, e non era per il quaderno e non era per il cappotto e non era nemmeno, del tutto, per lui.

«Non hai rotto niente» gli disse fra i capelli. «L’hai tenuto al sicuro. Hai fatto tutto il lavoro.»

Kabir le si fece immobile addosso, l’immobilità precisa di un bambino perdonato per una cosa che non capisce bene di aver fatto.

«L’ha detto anche Papà» mormorò. «Dello stare vicino.»

«Tuo padre a volte ha ragione» disse Suman. «Non dirglielo.»

Sul tavolo, il piccolo quaderno grigio restava aperto, e la busta sigillata con GILL, KABIR davanti gli stava accanto, ancora chiusa, perché Suman si era completamente dimenticata della pagella, che era l’unica cosa di cui quella sera aveva avuto intenzione di avere paura.

Se ne sarebbe ricordata la mattina. Si sarebbe ricordata anche che il quaderno non era suo, che apparteneva a una ragazza che ci aveva scritto dentro tutto il suo io nascosto, e che lunedì, anzi no, prima, proprio il giorno di scuola successivo, c’era il colloquio con gli insegnanti, e lei avrebbe dovuto sedersi davanti alla maestra Dhillon a un banchetto, restituirle il quaderno grigio e fingere, a mento alto e con il registro buono acceso, di non averne letto una parola.

Ci sarebbe riuscita malissimo.

«Mamma» disse Kabir dal suo grembo. «Apri la mia busta?»

«Domani.»

«È brutta?»

«Non lo so ancora. È questo lo scopo della busta.» Gli appoggiò il mento sulla testa. «Però ti dico un segreto. Qualunque cosa ci sia scritta, la pagella non è quella. La pagella sei tu. Nella busta c’è solo l’ortografia.»

Kabir ci rifletté, e cercò il buco, come cercava il buco in tutto, e non lo trovò, e decise, per una volta, di lasciar perdere.

Lei tenne il figlio ancora un po’, nella cucina calda, nella città fredda, e non stirò niente.

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